Qui di
seguito alcuni articoli sulle ricerche scientifiche relative alla meditazione
buddista, o Vipassana.
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buddista, visita il sito
dell'IMC Italia.
MEDITARE
FA BENE ALLA SALUTE
TIME - Stati
Uniti, 27 ottobre 2003
(riassunto pubblicato su Internazionale n° 511, ottobre 2003)
Milioni di persone
nel mondo, di cui 10 milioni negli Stati Uniti, meditano: la scienza sostiene
che rafforza il sistema immunitario e riduce lo stress. La meditazione
si pratica nelle scuole, negli ospedali, negli studi legali, negli edifici
governativi e nelle prigioni. L'interesse per questa attività è più di
tipo medico che culturale. Viene raccomandata sempre più per prevenire,
rallentare o al limite controllare il dolore di malattie croniche come
i problemi di cuore, l'aids e il cancro. È utilizzata anche per ristabilire
l'equilibrio in disturbi psichiatrici come depressione, iperattività e
deficit d'attenzione. Usando un misto di scienza occidentale e misticismo
orientale, i medici stanno adottando la meditazione perché alcuni studi
scientifici provano che funziona, soprattutto nei disturbi causati dallo
stress. "Trent'anni di ricerca sulla meditazione ci hanno detto che funziona
splendidamente", afferma Daniel Goleman, autore di Destructive Emotions,
un libro conversazione tra il Dalai Lama e un gruppo di neurologi. "Mail
risultato più interessante che emerge dagli ultimi studi è che la meditazione
può allenare la mente e rivitalizzare il nostro organo più importante,
il cervello".
LA MENTE DEI BUDDISTI
Cosa
può insegnare il buddismo ai neuroscienziati? Può indicargli la
via della felicità? Il filosofo Owen Flanagan analizza gli effetti
della meditazione sul nostro cervello OWEW FLANACAW, NEW SCIENTIST, GRAN BRETAGNA
I membri della mia tribù - ci
definiamo naturalisti filosofici - trattano ogni discorso sull'anima e lo spirito
in senso metaforico. Quando parliamo di sede dell'anima ci riferiamo al cervello
e al resto del sistema nervoso. Il Dalai Lama parla di una "coscienza luminosa"
che trascende la morte e che non avrebbe una correlazione cerebrale, ma noi crediamo
che anche questa possa essere compresa a livello neurale. Una questione interessante
per i neuroscienziati è come si attiva il cervello dei buddisti o di qualunque
persona saggia, felice e virtuosa. In che modo si riflettono nel cervello la felicita,
la serenità e I'affabile gentilezza che derivano dalla pratica buddista
della meditazione? E come si manifesta questa esperienza soggettiva? La neuroscienza
sta cominciando a fornire delle risposte.
Usando tecniche come la tomografia a emissione di positroni (Pet) e la
risonanza magnetica funzionale, possiamo studiare il cervello in azione.
Sappiamo che ci sono due aree principali coinvolte nelle emozioni, l'umore
e il temperamento. L'amigdala - una struttura simmetrica a forma di mandorla
situata nel proencefalo - e le regioni adiacenti fanno parte del sistema
di allerta rapida che gestisce paura, ansia e sorpresa. E' probabile che
queste strutture siano implicate anche in altre emozioni fondamentali
come la rabbia. La seconda area comprende i lobi prefrontali. Da tempo
è noto che queste strutture hanno un ruolo importante nella prudenza,
la pianificazione e l'autocontrollo, ma adesso si sa che sono implicate
anche nelle emozioni, l'umore e il temperamento.
Felici si diventa Sulla base di queste conoscenze, alcuni neuroscienziati
hanno cominciato a studiare il cervello dei buddisti. Richard Davidson, del laboratorio
per la neuroscienza affettiva dell'università del Wisconsin, a Madison,
ha scoperto che i lobi prefrontali sinistri di "buddisti esperti" si
attivano in modo constante, e non solo durante la meditazione. E' un dato
significativo, perché un'attività persistente nei lobi prefrontali
sinistri indica emozioni positive e buon umore, mentre un'attività persistente
nei lobi prefrontali destri è segno di emozioni negative. Possiamo
ipotizzare con una certa sicurezza che quelle anime buddiste apparentemente felici
e quiete che si incontrano a Dharamsala, in India, dove vive il Dalai Lama, sono
davvero felici. Dietro quella quieta apparenza si nascondono lobi prefrontali
sinistri sempre attivi.
I buddisti non nascono felici. Non è ragionevole pensare che i
buddisti tibetani siano un gruppo biologico così omogeneo da essere
nati, unici tra gli esseri umani, con un "gene" della felicità
che attiva la corteccia prefrontale sinistra. L'ipotesi più plausibile
è che ci sia qualcosa nella pratica buddista che provoca un certo
tipo di felicità.
Quali sono gli effetti della pratica buddista sull'amigdala
e sulle altre reti neurali del preencefalo subcorticale? Grazie all'importante
lavoro di Joseph LeDoux dell'università di NewYork, sappiamo che una persona
può essere condizionata, attraverso l'amigdala e il talamo, al punto da
spaventarsi per cose per le quali non ci sarebbe niente da aver paura. Sappiamo
anche che è estremamente difficile contrastare quello che l'amigdala "pensa"
e "sente" usando solo il pensiero razionale e consapevole. Alcuni
affascinati lavori preliminari evidenziano che l'attenta pratica meditativa potrebbe
"addomesticare" l'amigdala. Paul Ekman, del centro medico dell'Università
della California a San Francisco, ha scoperto che i meditatori esperti non si
innervosiscono, non si agitano né si sorprendono quanto la gente comune
per i rumori improvvisi, anche se sono colpi di arma da fuoco. Penso che alla
fine ricerche come questa ci consentiranno di capire se l'esercizio meditativo
buddista possa cambiare il modo in cui il cervello risponde a certi stimoli ambientali.
Oggi gli antidepressivi sono il metodo più usato per contrastare le emozioni
negative, ma nessun antidepressivo rende una persona felice. D'altra parte
la meditazione e la consapevolezza buddiste, nate 2.500 anni prima del Prozac,
possono portare a un'intensa felicità e chi le pratica è in armonia
con la sua ardente corteccia prefrontale e la sua placida amigdala.
STUDIO CONFERMA: I BUDDISTI SONO PIÙ SERENI
INTERNAZIONALE - GIUGNO 2002
I buddisti mandano buone vibrazioni
- letteralmente. Sono cioè nella media più sereni degli altri grazie
alla meditazione che, come indicano rilevamenti fatti sul sistema nervoso centrale
negli Stati Uniti, funziona come un massaggio cerebrale e permette di contenere
le emozioni. I rilevamenti eseguiti con sonde elettromagnetiche sull'attività
cerebrale di chi ha esperienza nella meditazione, stando a uno studio condotto
all'University of Wisconsin di Madison, rivelano che ci sono aree della corteccia
costantemente "accese". Anche quando i soggetti sotto esame non stanno
meditando. Le aree in questione sono proprio quelle del lobo prefrontale
sinistro che, sottolinea la rivista britannica New Scientist in un servizio sull'argomento,
si accendono solitamente con le emozioni di tipo positivo e nell'esercizio del
controllo di sé. Secondo Paul Ekman, neuroscienziato dell'University of
California di San Francisco che ha condotto studi simili con dispositivi a risonanza
magnetica e a emissione di positroni, i buddisti reagiscono alle situazioni con
minore ansia, risentimento e aggressività. Grazie alle nuove tecniche,
gli studi confermano nella sostanza quanto emerso da altre ricerche sull'influenza
benefica della meditazione e della contemplazione sulle attività cerebrali
e sullo stato psicofisico generale. Forse, afferma Ekman, la meditazione
e la capacità di riflettere temperano l'attività dell'amigdala,
un organo a forma di mandorla che costituisce una delle aree più antiche
della parte anteriore del cervello dei mammiferi. Questo organo, assieme alle
conformazioni circostanti, è legato ai ricordi negativi e alle sensazioni
della paura e della rabbia. Ma anche alle reazioni istintive e di risposta automatica.
La meditazione cioè contribuirebbe a un'integrazione dei circuiti legati
alle emozioni primarie e negative con circuiti evolutivamente più recenti.
Si realizzerebbe così una specie di filtro delle emozioni, che verrebbero
esperite e vissute in maniera più razionale e positiva.
LA SCIENZA DELLA MEDITAZIONE
PSYCHOLOGY
TODAY STATI UNITI - GIUGNO 2001
Il quattordicesimo
Dalai Lama si considera un semplice monaco buddista, ma ormai in Occidente
è diventato un'icona. Non solo ha avuto il Nobel per la pace e
ha risvegliato l'interesse per il Tibet, ma ha suscitato la curiosità
di molti scienziati sulla religione buddista e in particolare sulla meditazione.
Diverse ricerche hanno confermato il ruolo dì questa pratica nel
ridurre l'ansia, lo stress e la depressione. Secondo alcuni, rinforza
anche il sistema immunitario. Un gruppo di ricercatori dell'Università
di Harvard ha esplorato gli effetti della meditazione sul cervello. Grazie
alla risonanza magnetica si e visto che attiva un'area cerebrale responsabile
delle funzioni del nostro corpo che non controlliamo, come la digestione
o la pressione sanguigna - funzioni che possono essere compromesse dallo
stress. La meditazione interessa anche gli psicoterapeuti, spiega Psychology
Today, che sempre più numerosi la integrano alla psicoterapia.
Oltre a placare l'ansia, contribuisce all'accettazione di sé e
a migliorare le capacità introspettive.
Un'associazione
laica che promuove in Italia la meditazione buddista, o Vipassana, è
l' IMC
Italia.
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